I sistemi democratici liberali occidentali stanno attraversando una trasformazione profonda: è come se il modello politico-istituzionale che per decenni ha garantito forme relativamente stabili di libertà, rappresentanza e partecipazione si fosse progressivamente incrinato dall’interno. Ricostruire tutte le cause di questa trasformazione ancora in corso non è semplice, anche perché sono molte e profondamente intrecciate; tuttavia, una dinamica emerge oggi come centrale in questo processo: il deterioramento delle modalità attraverso cui, nelle nostre società, si producono, si trasmettono e si legittimano le conoscenze e le notizie, e dunque il logoramento dei meccanismi stessi del confronto nello spazio pubblico. In altri termini, è la dialettica pubblica ad essersi incrinata, con effetti diretti sulle condizioni che rendono possibile il funzionamento stesso delle democrazie, fondate proprio su circuiti informativi affidabili, su pratiche di confronto riconoscibili e su un’arena nella quale sia possibile formarsi un’opinione, metterla in discussione e confrontarla con altre posizioni.
Questo processo di deterioramento dello spazio comunicativo è strettamente connesso a quel fenomeno che viene chiamato disintermediazione: una dinamica avviatasi circa tre decenni fa con l’emergere dei social network e che ha progressivamente messo in crisi i corpi intermedi della comunicazione, tradizionalmente deputati a filtrare, selezionare e regolare lo spazio pubblico del confronto (a partire dai media tradizionali, come la stampa e la televisione). Questo passaggio ha ampliato l’accesso alla parola, un fattore che va riconosciuto come positivo, e ha prodotto una serie di trasformazioni radicali: si è ad esempio affermata una condizione di simmetria discorsiva, per cui tutti, indipendentemente dalle competenze, dal ruolo o dall’expertise, dispongono della medesima legittimità formale a intervenire su qualunque tema; si è poi trasformato l’ecosistema comunicativo, con una drastica accelerazione dei tempi, una moltiplicazione vertiginosa delle fonti informative e un flusso di contenuti continuo; infine, gli algoritmi hanno assunto un ruolo determinante nella selezione e nella visibilità dei contenuti, premiando in modo sistematico formati brevi e ad alto impatto emotivo.
Di fronte a queste trasformazioni, i media tradizionali – come i giornali – hanno reagito non tanto cercando di preservare elementi di profondità e rigore, quanto adattandosi alle logiche imposte dai social network. Sono proprio questi mutamenti ad aver fatto emergere una serie di meccanismi patologici che hanno progressivamente inquinato lo spazio comunicativo pubblico e che risultano oggi particolarmente difficili da contrastare. È utile soffermarsi brevemente su alcuni di questi: in primo luogo, l’infodemia, ovvero la sovrabbondanza di informazioni su singoli temi provenienti da una grande quantità di fonti, che rende difficile orientarsi e distinguere tra contenuti attendibili e non attendibili; in secondo luogo, la diffusione delle fake news, ovvero notizie deliberatamente false che circolano con la stessa visibilità e lo stesso peso simbolico di quelle verificate, risultando spesso indistinguibili da esse; ci sono poi i processi di spettacolarizzazione della cronaca, che trasformano gli eventi in prodotti narrativi, mescolando realtà e finzione fino a renderle difficilmente separabili; infine, la banalizzazione della complessità, attraverso la quale fenomeni articolati vengono sistematicamente semplificati, appiattiti e ridotti a slogan.
Questo spazio comunicativo profondamente inquinato produce effetti rilevanti non solo sul piano culturale, ma anche sui sistemi politici e istituzionali. Un esempio emblematico è rappresentato dalla Brexit, un passaggio politico cruciale maturato all’interno di uno spazio del confronto pubblico ampiamente deformato dalla circolazione di messaggi fuorvianti, fake news, semplificazioni estreme e narrazioni fortemente polarizzanti. Un ruolo centrale in quell’occasione lo ebbe il cosiddetto modello Cambridge Analytica: una forma di comunicazione fondata sulla segmentazione opaca dell’elettorato e sulla personalizzazione estrema del messaggio, il cui esito fu una profonda frammentazione dello spazio comunicativo, trasformato in flussi informativi poco limpidi, asimmetrici e non confrontabili. In un ambiente di questo tipo, in che misura è ancora possibile parlare di una scelta elettorale realmente libera e consapevole?
Se ci si sposta oltre la dimensione del confronto politico ci si accorge come anche i dibattiti che dovrebbero fondarsi su presupposti scientifici condivisi finiscono per essere profondamente problematici. Un caso recente è rappresentato dal passaggio della cometa 3I/ATLAS, che ha dato origine a un flusso comunicativo di tipo infodemico, nel quale si sono affiancate e sovrapposte posizioni apertamente fantasiose — che interpretavano la cometa come un’astronave aliena —, atteggiamenti genericamente dubbiosi e letture più attente alla dimensione scientifica. Tutte queste posizioni hanno finito per circolare sullo stesso piano di visibilità e legittimità discorsiva, rendendo estremamente difficile distinguere tra interpretazioni fondate, ipotesi infondate e pura speculazione.
Questi esempi confermano come la vera sfida che i sistemi liberali occidentali hanno oggi di fronte consiste nel governare i processi indotti dalle trasformazioni tecnologiche, anziché subirli, e nel riorganizzare di conseguenza uno spazio comunicativo che torni a essere intellegibile, verificabile e condiviso: non si tratta di arrestare l’innovazione, né di rimpiangere assetti comunicativi ormai superati, ma di ricostruire un’agorà comune fondata su criteri minimi di affidabilità delle fonti, responsabilità discorsiva e riconoscibilità delle competenze. In assenza di uno spazio comunicativo di questo tipo, la democrazia perde progressivamente le condizioni stesse della propria funzione.
