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Social media, disintermediazione e sistemi democratici occidentali

  • 16 Gennaio 2026
  • Orlando Paris
Young man stares at smartphone in distress symbolizing toxic impact of social media on mental health. Likes, posts and endless scrolling lead to stress, anxiety and depression. Overwhelmed user.
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I sistemi democratici liberali occidentali stanno attraversando una trasformazione profonda: è come se il modello politico-istituzionale che per decenni ha garantito forme relativamente stabili di libertà, rappresentanza e partecipazione si fosse progressivamente incrinato dall’interno. Ricostruire tutte le cause di questa trasformazione ancora in corso non è semplice, anche perché sono molte e profondamente intrecciate; tuttavia, una dinamica emerge oggi come centrale in questo processo: il deterioramento delle modalità attraverso cui, nelle nostre società, si producono, si trasmettono e si legittimano le conoscenze e le notizie, e dunque il logoramento dei meccanismi stessi del confronto nello spazio pubblico. In altri termini, è la dialettica pubblica ad essersi incrinata, con effetti diretti sulle condizioni che rendono possibile il funzionamento stesso delle democrazie, fondate proprio su circuiti informativi affidabili, su pratiche di confronto riconoscibili e su un’arena nella quale sia possibile formarsi un’opinione, metterla in discussione e confrontarla con altre posizioni.

Questo processo di deterioramento dello spazio comunicativo è strettamente connesso a quel fenomeno che viene chiamato disintermediazione: una dinamica avviatasi circa tre decenni fa con l’emergere dei social network e che ha progressivamente messo in crisi i corpi intermedi della comunicazione, tradizionalmente deputati a filtrare, selezionare e regolare lo spazio pubblico del confronto (a partire dai media tradizionali, come la stampa e la televisione). Questo passaggio ha ampliato l’accesso alla parola, un fattore che va riconosciuto come positivo, e ha prodotto una serie di trasformazioni radicali: si è ad esempio affermata una condizione di simmetria discorsiva, per cui tutti, indipendentemente dalle competenze, dal ruolo o dall’expertise, dispongono della medesima legittimità formale a intervenire su qualunque tema;  si è poi trasformato l’ecosistema comunicativo, con una drastica accelerazione dei tempi, una moltiplicazione vertiginosa delle fonti informative e un flusso di contenuti continuo; infine, gli algoritmi hanno assunto un ruolo determinante nella selezione e nella visibilità dei contenuti, premiando in modo sistematico formati brevi e ad alto impatto emotivo.

Di fronte a queste trasformazioni, i media tradizionali – come i giornali – hanno reagito non tanto cercando di preservare elementi di profondità e rigore, quanto adattandosi alle logiche imposte dai social network. Sono proprio questi mutamenti ad aver fatto emergere una serie di meccanismi patologici che hanno progressivamente inquinato lo spazio comunicativo pubblico e che risultano oggi particolarmente difficili da contrastare. È utile soffermarsi brevemente su alcuni di questi: in primo luogo, l’infodemia, ovvero la sovrabbondanza di informazioni su singoli temi provenienti da una grande quantità di fonti, che rende difficile orientarsi e distinguere tra contenuti attendibili e non attendibili; in secondo luogo, la diffusione delle fake news, ovvero notizie deliberatamente false che circolano con la stessa visibilità e lo stesso peso simbolico di quelle verificate, risultando spesso indistinguibili da esse; ci sono poi i processi di spettacolarizzazione della cronaca, che trasformano gli eventi in prodotti narrativi, mescolando realtà e finzione fino a renderle difficilmente separabili; infine, la banalizzazione della complessità, attraverso la quale fenomeni articolati vengono sistematicamente semplificati, appiattiti e ridotti a slogan.

Questo spazio comunicativo profondamente inquinato produce effetti rilevanti non solo sul piano culturale, ma anche sui sistemi politici e istituzionali. Un esempio emblematico è rappresentato dalla Brexit, un passaggio politico cruciale maturato all’interno di uno spazio del confronto pubblico ampiamente deformato dalla circolazione di messaggi fuorvianti, fake news, semplificazioni estreme e narrazioni fortemente polarizzanti. Un ruolo centrale in quell’occasione lo ebbe il cosiddetto modello Cambridge Analytica: una forma di comunicazione fondata sulla segmentazione opaca dell’elettorato e sulla personalizzazione estrema del messaggio, il cui esito fu una profonda frammentazione dello spazio comunicativo, trasformato in flussi informativi poco limpidi, asimmetrici e non confrontabili. In un ambiente di questo tipo, in che misura è ancora possibile parlare di una scelta elettorale realmente libera e consapevole?

Se ci si sposta oltre la dimensione del confronto politico ci si accorge come anche i dibattiti che dovrebbero fondarsi su presupposti scientifici condivisi finiscono per essere profondamente problematici. Un caso recente è rappresentato dal passaggio della cometa 3I/ATLAS, che ha dato origine a un flusso comunicativo di tipo infodemico, nel quale si sono affiancate e sovrapposte posizioni apertamente fantasiose — che interpretavano la cometa come un’astronave aliena —, atteggiamenti genericamente dubbiosi e letture più attente alla dimensione scientifica. Tutte queste posizioni hanno finito per circolare sullo stesso piano di visibilità e legittimità discorsiva, rendendo estremamente difficile distinguere tra interpretazioni fondate, ipotesi infondate e pura speculazione.

Questi esempi confermano come la vera sfida che i sistemi liberali occidentali hanno oggi di fronte consiste nel governare i processi indotti dalle trasformazioni tecnologiche, anziché subirli, e nel riorganizzare di conseguenza uno spazio comunicativo che torni a essere intellegibile, verificabile e condiviso: non si tratta di arrestare l’innovazione, né di rimpiangere assetti comunicativi ormai superati, ma di ricostruire un’agorà comune fondata su criteri minimi di affidabilità delle fonti, responsabilità discorsiva e riconoscibilità delle competenze. In assenza di uno spazio comunicativo di questo tipo, la democrazia perde progressivamente le condizioni stesse della propria funzione.

Orlando Paris

Docente di Semiotica e Teoria dei linguaggi all’Università per Stranieri di Siena

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